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IMPRESE: VERSO LA COMPETITIVITÀ
di Immacolata Pannone
I nodi di un mancato sviluppo delle piccole e medie imprese in Italia è dovuto anche ai ritardi strutturali e alle carenze del Sistema-Paese.. La competitività spesso frenata, i problemi "irrisolti" nel settore della ricerca, la dimensione delle imprese, la loro flessibilità, le liberalizzazioni e regole varie giocano poi un ulteriore ruolo, che diventa spesso determinante ed indispensabile per il varo sul mercato internazionale delle nuove aziende. Problemi di fondo, come quelli succitati, rallentano la crescita e la competitività delle imprese e quindi occorre fare delle "correzioni" per proporre delle trasformazioni, a cominciare dall'analisi sullo stato della scienza, della ricerca e dell'innovazione.
A tutt'oggi, possiamo rilevare che la ricerca ha confermato quello che già si sapeva, che il nostro Paese soffre di un ritardo tecnologico e che le imprese italiane (anche quelle piccole) non riescono ad innovarsi come dovrebbero. Al contrario, è stato dimostrato che ogni anno vengono inventati "nuovi processi, nuovi prodotti, nuovi design", ma quello che manca è proprio la ricerca. Tutto ciò potrebbe trovare la spiegazione in due cause:
1. Carenza della struttura universitaria e dei centri nazionali, dovuti alla mancanza di uno sviluppo adeguato dei centri di eccellenza, oppressi spesso da appiattimenti burocratici tra università e ricercatori sotto il profilo dei finanziamenti, delle remunerazioni e dello status. Ciò ha prodotto l'emigrazione dei migliori cervelli ed il freno di quelli rimasti. Ma la ricerca non è stata sviluppata dalle imprese italiane anche a causa delle loro ridotte dimensioni. Le piccole imprese hanno fatto moltissimo, ma perché la ricerca nel suo insieme decolli servono le grandi imprese, le vere fucine degli esperimenti più importanti.
2. In più risulta determinante la limitata flessibilità, perché le imprese, costrette ad un mercato rigido, hanno sempre poco interesse a sviluppare la ricerca, perché sanno bene che applicare i risultati risulterà, comunque, difficile.
Per quanto riguarda la competitività delle imprese, dobbiamo tener conto della redditività media delle nostre aziende, che, in linea di massima, è più bassa di quella delle imprese degli altri Paesi europei (a sua volta più bassa di quella delle imprese americane). Comunque, le piccole imprese sono fortemente competitive, anche se non vanno dimenticate le difficoltà ancora esistenti in materia fiscale, di welfare, di infrastrutture, di liberalizzazioni e di mercati finanziari che rilevano carenze ormai ben note. Di qui l'esigenza di un nuovo programma di riforme che consenta e favorisca di esportare "casi concreti" in tutti i settori. Mi riferisco ai Distretti industriali, attraverso una presenza strutturata sui mercati internazionali e una politica industriale maggiormente collegata all'internazionalizzazione. I poli produttivi italiani sono già stati portati ad esempio nel 1994 dall'ex presidente americano Clinton nel vertici di Detroit sull'occupazione e citati nel 1996 a Lille dai sette maggiori Paesi industrializzati (G 7) come strumento ideale per creare nuovi posti di lavoro ed adesso i francesi stanno cercando di "scippare" all'Italia l'idea dei Distretti.
Il Presidente Berlusconi ed il Ministro Marzano hanno parlato non solo di promozione, ma di "esportazione di un modello". Ma la realtà italiana è molto variegata e non esiste un unico modello. C'è una ricca varietà di centri, agenzie, esperienze fatte da centinaia di operatori qualificati nell'innovazione, nella formazione, nella ricerca ed inoltre, grazie all'esperienza sul campo, l'Italia è in grado di presentarsi, sul piano internazionale, non come un modello astratto, ma concreto in tutti i settori e con caratteristiche peculiari. Ci sono nel nostro Paese Distretti industriali nati qualche decennio fa; aree che valorizzano risorse del luogo e altre nate dall'intuizione di qualche geniale imprenditore venuto fuori all'improvviso.
Per i Paesi in Via di Sviluppo, la storia dei distretti industriali italiani potrebbe essere un preziosissimo manuale. Infatti, sullo sviluppo economico, l'Italia fa scuola di impresa grazie ai Distretti che rappresentano il modello produttivo a filiera, tipico per conquistare la leadership politica internazionale nel settore degli insediamenti industriali che, come fenomeno-commerciale, può essere esportato in tutto il mondo. In uno degli ultimi summit OCSE, gli studi internazionali più avanzati mettono in evidenza come le aree locali con sistemi manifatturieri diffusi siano le più adatte a creare nuovi posti di lavoro e a riconvertire bacini industriali obsoleti. I distretti industriali sono la via più diretta per innescare lo sviluppo e questo avviene in un momento in cui il nostro Paese, "patria" dei Distretti, sembra prestare meno attenzione verso questo fenomeno.
I Distretti sono una realtà che sta cambiando rapidamente sotto la spinta della globalizzazione produttiva, confermandosi come uno degli elementi più vivaci e dinamici dell'intera economia italiana. I Distretti sono riconosciuti sia a livello nazionale (199, secondo l'ISTAT) sia regionale. Attualmente, solo una dozzina di Regioni hanno formalmente riconosciuto 150 Distretti; altre si apprestano a farlo. Per la Fondazione Edison, i Distretti sono 195 e occupano circa 2,2 milioni di persone, garantendo oltre un terzo dell'export totale italiano. Le piccole e medie imprese italiane, quindi, anche attraverso la delocalizzazione produttiva e le alleanze con partner locali riescono a creare posti di lavoro e ad aprire nuovi mercati. Un esempio: il caso GEOX di Montebelluna che, in un settore difficile e spesso considerato "maturo" come quello della calzatura, ha saputo innovare, realizzando la scarpa hi-tech con la suola in gomma "che respira" che ha affascinato manager, esperti e amministratori locali. Il Distretto della calzatura, così, di Montebelluna ha appunto consentito la nascita di un'azienda in grado di innestare un'innovazione importante in un terreno produttivo fertile e molto ricettivo. Un altro esempio ci viene dato dalla IMA di Bologna che testimonia la competenza di marketing e di organizzazione industriale nel settore del packaging. La IMA ha preso, infatti, le mosse dall'esperienza maturata nell'ambito del Distretto delle macchine emiliane e più in generale grazie ai meccanismi relazionali che regolano i rapporti tra grandi e piccole imprese.
Il clima che quindi si respira potrebbe essere improntato verso un cauto ottimismo, soprattutto verso le piccole e medie aziende localizzate nel Nord-Est e, nell'immediato futuro, anche in quelle del Centro, lasciando intravedere i primi segnali di un miglioramento a breve. Accanto, però, a gruppi più dinamici troviamo anche quelli "che soffrono" per l'attuale fase congiunturale. Le imprese del Mezzogiorno e la aziende più piccole (con meno di 50 dipendenti) appaiono ancora distanziate, mentre meno dinamiche sono le imprese del Nord-Ovest. L'industria presenta al proprio interno una divaricazione tra le attività manifatturiere (più in sofferenza per le tensioni internazionali) e quelle edili (con andamento opposto e nel complesso più soddisfacente nel volume di affari). Risultato: sono ancora poche le aziende italiane piccole che riescono a diventare medie e ancor meno quelle che riescono a fare il "grande salto" per diventare grandi. Molte sono convinte che rimanere piccole è bello e non comprendono che o si cresce o si sparisce. Ma voler crescere non basta: bisogna anche saper crescere, assicurandosi anzitutto un flusso continuo di solide opportunità nel breve, medio e lungo periodo.
Il Ministero degli Affari Esteri, nella ormai prossima Riforma "efficientista" vorrebbe fare della diplomazia "un business oriented", attraverso le nostre Ambasciate, che diverrebbero dei centri di promozione del "made in Italy" e, più in generale, del nostro Sistema-Paese (senza dimenticare l'aspetto culturale, che per l'Italia ha un'importanza cruciale), sostenendo le nostre aziende nel loro sforzo di internazionalizzazione (specie le piccole e medie imprese) e facendo conoscere quanto di meglio il sistema produttivo italiano sa e può realizzare. Con il fattivo e coordinato contributo dei vari enti (SACE, SIMEST e ICE, oltre ai centri esteri delle Camere di Commercio, - questi ultimi - spina dorsale dei Sistemi-Paese) che affiancano istituzionalmente le sedi diplomatiche nella loro attività di appoggio alle imprese. Le sedi diplomatiche all'estero diventano, perciò, delle "antenne direzionali" e di riferimento per segnalare ogni opportunità d'affari (dagli studi di settore, alle analisi di mercato, dalla consulenza nel marketing all'assistenza legale, dal reperimento dei potenziali clienti alla fornitura di database completi). Possiamo, quindi, concludere con una constatazione: da alcuni anni, la conoscenza tecnica costituisce la più grande ricchezza di un Paese, per cui la diffusione di tale patrimonio sancisce l'affermazione del "knowledge management" che diventa certamente un'arma vincente a livello globale.
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