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Fumi levantini
di Anna Lia Proietti Ergun
...In quell'attimo capivo. Capivo come fosse possibile qualsiasi
accadimento in una città attraversata dal mare...
Buket Uzuner "Che può sapere d'amore chi non ama Istanbul?"
"Un giorno da quelle scatole uscirà qualcosa di veramente prezioso".
Ripeteva mio nonno ogni volta che gli arrivava un carico da Oriente. Allora
io, ancora bambino, mi perdevo a fantasticare su gemme che uscivano dai
recessi segreti di uno scrittoio appartenuto a chissà quale notabile
ottomano o su diari di spie inglesi che avrebbero riscritto la storia.
Certo non immaginavo questo. Questo proprio no.
Il commercio, non aveva mai arricchito il nonno, antiquario esperto
d'Oriente, pure gli aveva concesso una vita agiata. Io, invece di assecondare
i desideri di mio padre che mi avrebbe voluto dentista, come lui stesso
era, decisi di seguire le orme di nonno Vittorio, mercante d'arte e antiquariato
a Venezia, ma nato e cresciuto ad Istanbul, quando c'era ancora qualcuno
che la chiamava Costantinopoli.
Quando arrivò il carico di tappeti antichi che aspettavo ormai
da molti giorni, quasi non me ne rallegrai, concentrato com'ero sul pensiero
di doverli esporre al più presto.
"Toc..."
Qualcosa era scivolato a terra da un rigido rotolo di tappeti
consunti. Svolsi con curiosità il pacchetto di stracci logori per
vedere cosa contenesse (la fattura faceva menzione solo di tappeti vecchi
non più di cento anni).
Dico la verità, fui deluso nel vedere uscire dall'involucro
una rozza statuetta di terracotta a forma di essere umano. L'esaminai con
cura e sospetto, temendo lì per lì di essere stato coinvolto
a mia insaputa in un traffico di oggetti neolitici rubati dai tanti scavi
di Anatolia. No, non poteva essere molto antico e pareva uno di quei biscotti
in panpepato che preparano i bambini svedesi a Natale.
Preso come fui dal riordinare i miei bei tappeti (alcuni assai più
vecchi di quanto non mostrasse la bolla di accompagnamento), dal venderli
e da quant'altro occupa la mente di un antiquario veneziano, ben presto
dimenticai quello sgraziato oggetto sopra un comodino ottomano del XVII
secolo in ebano e madreperla.
Fu a primavera dell'anno successivo che avvenne qualcosa che mi incuriosì.
Si era aperta la stagione turistica e spesso nel mio negozio piovevano
stranieri più interessati a guardare che a comprare. Li seguivo
con lo sguardo inquieto, timoroso che, ad un mia distrazione, facessero
danni o portassero via qualche piccola cosa... Eppure fu solo nel momento
che mi interpellò che mi accorsi della presenza dell'uomo.
"Quanto costa?" Teneva in mano il biscotto di panpepato.
"Non ho ancora fatto la stima" Confessai leggermente a disagio (non
mi piace esser colto impreparato).
I suoi occhi felini mi comunicarono che aveva capito il vantaggio,
"Non può valer molto" mi disse. Aveva un accento straniero, ma non
riuscivo ad identificarne la provenienza.
Sono un mercante e mi piace discutere di prezzi. Mi feci fare un'offerta,
tanto per fare, perché sapevo che non avrei venduto il pezzo senza
averlo ben studiato. La cifra che mi offrì era bassa, ma non quanto
mi sarei aspettato. Quando rifiutai l'uomo rincarò e rincarò
fino a quando non gli sfilai di mano la statuetta e la riposi in un cassetto.
"Non posso vendergliela" Posi fine alla questione.
Era chiaramente furioso, quando gli chiesi perché ci tenesse
tanto (confesso che se mi avesse raccontato una storia strappalacrime,
forse mi sarei commosso), se ne andò borbottando in una lingua che
non conoscevo.
Due sere più tardi la guardia giurata che sorvegliava la nostra
strada, sventò una rapina proprio nel mio negozio, non avevano preso
niente, avevano solo forzato il cassetto dove avevo chiuso l'ometto di
panpepato.
Oramai era chiaro che per l'uomo, l'insulsa statuina aveva notevole
valore. Cercai tra i miei libri una risposta, ma era evidente che stavo
andando nella direzione sbagliata, mi muovevo a tentoni, cosa avrei dovuto
cercare? Mi venne da pensare che all'interno vi fosse nascosto chissà
quale rarità, ma ai raggi x (chi può dire di non aver mai
visto un film di James Bond?), rivelò contenere una struttura più
consistente, probabilmente legno, comunque niente che facesse pensare a
qualcosa di prezioso.
Ormai si avvicinava Pasqua, così chiesi a mia madre di
sostituirmi in negozio e decisi di andare ad incontrare il mio corrispondente
di Istanbul e far chiarezza.
Murat possiede un negozio di antichità nel cuore più
antico del Grand Bazar di Istanbul, mi passa soltanto le cose che non gli
interessano, come i tappeti, oppure quelle che per lui sono di difficile
smercio.
"Oh, i tappeti..." fece con la sua aria furba.
"Ti sono piaciuti, Giorgio, amico mio?"
"Come no, " risposi nello stesso tono, "È la sorpresa
che mi ha imbarazzato."
Murat aveva cambiato espressione.
"Di quale sorpresa parli?" Il suo stupore mi parve genuino e
fu quasi un'ispirazione il non continuare sulla stessa strada.
"Quel tappeto, quell'U?ak dell'ottocento, è davvero troppo
rovinato, non è cosi che avevo immaginato la partita, il restauro
mi è costato una fortuna, ma dove diavolo eri andato a pescarli?".
Murat sorrise, di quel sorriso calmo e inquisitore che si trova
solo sul volto dei venditori più saggi, al Grand Bazar.
"Ah, amico mio, ma è stato un vero affare! Stavano ammucchiati
nello scantinato di una casupola di Balata, qualcuno aveva un preso un
po' di muffa, qualcuno era un po' rovinato, ma che prezzo, fratello mio,
che guadagno, eh?"
Pareva quasi impossibile che quella vecchia volpe del mio corrispondente
avesse potuto mandarmi per sbaglio qualcosa di prezioso e come, quell'omuncolo,
poteva aver valore? Che Murat avesse dei commerci segreti, droga? Cercai
di avere l'indirizzo preciso, adducendo la scusa che volevo vedere se nella
zona c'era ancora qualcosa che potesse interessarmi. Gli occhi di Murat
si fecero affilati come le lame di Damasco che vendeva nel suo negozio.
"Ah, ragazzo, se ci fosse stato qualcos'altro io l'avrei certamente
trovato."
L'indirizzo mi fu dato a fatica, tanto da farmi temere che non fosse
giusto.
Percorrevamo piano le vie strette di Balata, Raffi ed io, lui era ormai
diventato molto vecchio e molto grasso. Solo i suoi occhi erano rimasti
quelli di quando veniva a trovare il nonno a Venezia. "Occhi da fotografo"
diceva la mamma, prendendo in cucina quel prosecco di Conegliano che tanto
piaceva ai due amici. Raffi, l'amico armeno del nonno, aveva fatto il fotoreporter
tutta la vita. Conosceva Istanbul, i suoi lati oscuri e remoti, meglio
di chiunque altro. Ero stato felice quando, sentita la storia, si era offerto
di venire con me.
Girammo in lungo e in largo quel quartiere dalle belle case d'architettura
greca e ottomana, semidiroccate per l'incuria degli uomini e per l'asprezza
del tempo che gli era scorso addosso, affiancate dalle palazzette abusive
malamente costruite.
Arrivammo, dopo tanto penare, all'indirizzo che Murat mi aveva dato.
Bussammo alla porta della costruzione greca ('armena' mi aveva corretto
Raffi, seccato). Nessuno rispose ma la casa pareva ancora abitata e per
questo ci disponemmo ad aspettare, seduti in un caffè poco più
avanti, di fronte a quel che restava di una sinagoga chiusa da chissà
quanto tempo.
"Qualche anno fa ho fatto un servizio su Balata" aveva detto Raffi.
"Per lungo tempo era stato il quartiere preferito dagli ebrei..."
"Un ghetto?" chiesi, distratto dal via vai di povera gente che quasi
sempre accompagna i quartieri storici di Istanbul.
"No, qui a Istanbul non c'è mai stato un vero e proprio ghetto,
l'impero ottomano era molto tollerante con le altre culture, la vera distinzione
era tra chi aveva potere e chi no. Non ci crederai, ma durante l'impero
ottomano, una delle etnie più povere e discriminate era proprio
quella dei turchi. La maggior parte degli ebrei era arrivata ad Istanbul
nel XV secolo... Cacciati dalla Spagna, erano stati accolti dal sultano
Bayazid II e si erano sistemati vicino al palazzo di Topkap?.... poi, dopo
un grande incendio verso la fine del diciassettesimo secolo, molti di quelli
che erano al servizio del Divano, si insediarono in questa zona. Ma vivevano
anche in vari posti sulle rive del Bosforo: Scutari, Küzgüncük,
Ortaköy. Fino agli anni quaranta le minoranze hanno vissuto abbastanza
bene a Istanbul..."
"Poi?.."
"Dopo è un'altra storia, negli anni quaranta, fu messa una tassa
che andava a colpire le minoranze e molte famiglie furono quasi rovinate,
poi la dittatura, poi..."
"Perché sei rimasto, Raffi?"
"Giorgio, perché? Perché sono di Istanbul, sono nato
qui, come i miei genitori e chissà quante altre generazioni. Dove
volevi che andassi? Nell'Armenia sovietica? Ovunque vada, passati i confini
di Istanbul, io sono straniero..."
Sorrise con quella stanchezza che sempre accompagna il sorriso dei
vecchi. Capovolse la mia tazza di caffè turco, era un gioco che
faceva fin da quando ero bambino: pretendeva di leggermi il futuro
nel fondo.
"La tua vita sta per cambiare, Giorgio..."
"In meglio o in peggio?" Risi io.
"Questo un fondo di caffè non può saperlo..."
Dopo quel breve soggiorno a Istanbul, sono tornato a Venezia. È
ancora presto per dire se la mia vita è davvero cambiata o si tratta
di un fumo, l'effetto di un oppio levantino che presto scomparirà.
Rimanemmo, molte ore seduti in quel caffè, prima che qualcuno
aprisse la porta della casa; una donna consumata, piegata sotto uno
scialle di lana che le copriva la testa e le spalle.
Le corremmo incontro e Raffi le chiese di quei bei tappeti, se ne avesse
avuti altri. La donna rispose di no. Disse che molti anni prima, quando
la sinagoga era stata chiusa, suo padre, il guardiano, aveva tolto tutto
quello che c'era e li aveva messi nello scantinato. Forse un giorno la
sinagoga sarebbe stata riaperta... Ma ormai... suo padre era morto e lei
aveva deciso di venderli. Ne aveva forse altri? No? E le chiavi della sinagoga?
No, neppure quelle...
Mi sentii desolato alle sue risposte, il biscotto di panpepato, che
mi aveva portato fin laggiù, non aveva valore alcuno, era un brutto
giocattolo finito per caso nel rotolo dei tappeti. Allora perché
lo strano visitatore lo voleva tanto da tentare una rapina?
La risposta arrivò imprevista la mattina successiva.
Era il mio ultimo giorno a Istanbul e facevo colazione nel mio albergo,
lo stesso in cui, pare, Agata Christie abbia iniziato a scrivere "Delitto
sull'Orient Express".
"Giorgio, posso sedermi vicino a lei?"
L'oliva nera che avevo in bocca per poco non mi strozzò.
Vicino a me era comparso l'uomo dagli occhi felini.
"Che diavolo vuole?"
"La statuetta..."
La statuetta, tutto qui, come fosse la cosa più normale del
mondo. Lo studiai un secondo, non pareva minaccioso o ostile.
"Come ha fatto a trovarmi?"
"Crede nelle congiunzioni astrali, Giorgio?"
Mi stava prendendo in giro? Lo fissai negli occhi. Sorrise.
"L'ho fatta seguire." Disse, infine, quasi rassegnato
"Perché?"
"Perché la statuetta non deve finire in mani sbagliate."
"Perché mai è così prezioso, quello sgorbio?"
chiesi a voce tanto alta che tutto il Pera Palas Hotel si voltò
a guardarmi.
"Andiamo nella sua camera, Giorgio, è una lunga storia che interessa
noi soli."
Non so come, ma davvero lo portai in camera mia. Solo ora penso che
avrebbe potuto uccidermi o malmenarmi.
"Il mio nome è Rabbi Itzak bar Yohai, vengo da Gerusalemme,
ma i miei avi discendono da quei sefarditi che si insediarono a Istanbul
nel 1492 dopo la cacciata dalla Spagna. Noi sefarditi di Spagna siamo
stati per tradizione, grandi studiosi di Cabala..."
"Cabala? Ma via..."
La sua espressione si fece grave e definitiva.
"Non si permetta più di interrompermi. Ascolti fino alla fine,
poi trarrà le sue conclusioni. Dunque... Prima che la sinagoga che
ha visto ieri fosse chiusa, vi viveva un rabbino iniziato ai segreti di
tutte le cabale, ma che, come molti di noi aveva particolarmente progredito
in quella orale: la cabala che si occupa di alchimia. Ora, il rabbi di
questa sinagoga, conosceva il segreto per instillare la vita nella materia
immota. Si era creato -in maniera piuttosto primitiva- devo dire,
un golem, un servitore occulto. Quello che lei chiama 'il biscotto di panpepato'
è solo materia; pure si potrebbe risvegliare leggendo la formula
incisa nella sua struttura interna. Formula lungamente ricercata da chiunque
si occupi di alchimia "
"Perchè non gliel'ha messa in bocca, la formula, come rabbi
Löw?"
La mia voce era tagliente. Non sapevo se provare tenerezza o fastidio
per quel visionario di cui, però, subivo il fascino. Con una breve
occhiata mi ricordò il mio posto.
"Il vecchio rabbi morì prima di aver distrutto il golem. Quando
venni a sapere del pericolo che correvamo, che il golem si trovava nel
suo negozio di Venezia, cercai di riaverlo, ma i tempi non erano maturi..."
"Come seppe che era capitato in mano mia?"
"Non ritengo sia di nessuna utilità che lei lo sappia. Comunque
adesso lei sa che cos'è..." Disse indicando la statuina appoggiata
sul comodino accanto al letto.
"Oh, certo, adesso ho un golem anch'io..." dissi, ironico.
Fece finta di non avermi sentito e continuò.
"Non ha che due scelte: trovarsi un buon acquirente, i rosacrociani
glielo pagherebbero bene, sa? O restituirlo a me che lo distruggerò
subito, qui, davanti ai suoi occhi, senza prometterle altro compenso che
la riconoscenza mia e di tutti gli altri iniziati."
"Un mercante saggio, tra soldi e riconoscenza, sceglie i soldi, rabbi..."
dissi sorridendo, pensando a me stesso intento a cercare rosacrociani (su
internet?) cui piazzare il pezzo.
"I rosacrociani e gli altri massoni la troveranno, lei non dovrà
che fissare il prezzo." Sorrideva anche lui, come se avesse capito le mie
intenzioni.
"Spero che la sua gratitudine mi valga almeno un caffè" dissi
allungandogli l'omino di panpepato.
"Non ho mai dubitato della sua saggezza, Giorgio" Disse sfarinando
la povera statuetta sotto il tacco delle sua scarpa nera.
Avevo divagato lo sguardo per un attimo, un attimo solo e Rabbi
Itzak bar Yohai se ne era già sparito.
"Ecco la tua gratitudine, vecchia canaglia..." Mormorai sorridendo.
Dopo quel breve soggiorno a Istanbul, sono tornato a Venezia. È
ancora presto per dire se la mia vita è davvero cambiata o si tratta
di un fumo, l'effetto di un oppio levantino che presto scomparirà.
Eppure... da Istanbul, Damasco, Gerusalemme, talvolta perfino da Samarcanda
e ancora più lontanto, mi giungono quasi quotidianamente rarissime
preziosità a cui devo solo dare un prezzo e sono già
vendute.
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