Luglio-Agosto  2001
 
Fumi levantini

di Anna Lia Proietti Ergun


...In quell'attimo capivo. Capivo come fosse possibile qualsiasi accadimento in una città attraversata dal mare...
Buket Uzuner "Che può sapere d'amore chi non ama Istanbul?"

"Un giorno da quelle scatole uscirà qualcosa di veramente prezioso". Ripeteva mio nonno ogni volta che gli arrivava un carico da Oriente. Allora io, ancora bambino, mi perdevo a fantasticare su gemme che uscivano dai recessi segreti di uno scrittoio appartenuto a chissà quale notabile ottomano o su diari di spie inglesi che avrebbero riscritto la storia. Certo non immaginavo questo. Questo proprio no.
 
Il commercio, non aveva mai arricchito il nonno, antiquario esperto d'Oriente, pure gli aveva concesso una vita agiata. Io, invece di assecondare i desideri di mio padre che mi avrebbe voluto dentista, come lui stesso era, decisi di seguire le orme di nonno Vittorio, mercante d'arte e antiquariato a Venezia, ma nato e cresciuto ad Istanbul, quando c'era ancora qualcuno che la chiamava Costantinopoli.
 
Quando arrivò il carico di tappeti antichi che aspettavo ormai da molti giorni, quasi non me ne rallegrai, concentrato com'ero sul pensiero di doverli esporre al più presto.
"Toc..."
 Qualcosa era scivolato a terra da un rigido rotolo di tappeti consunti. Svolsi con curiosità il pacchetto di stracci logori per vedere cosa contenesse (la fattura faceva menzione solo di tappeti vecchi non più di cento anni).
Dico la verità, fui deluso nel vedere uscire dall'involucro una rozza statuetta di terracotta a forma di essere umano. L'esaminai con cura e sospetto, temendo lì per lì di essere stato coinvolto a mia insaputa in un traffico di oggetti neolitici rubati dai tanti scavi di Anatolia. No, non poteva essere molto antico e pareva uno di quei biscotti in panpepato che preparano i bambini svedesi a Natale.

Preso come fui dal riordinare i miei bei tappeti (alcuni assai più vecchi di quanto non mostrasse la bolla di accompagnamento), dal venderli e da quant'altro occupa la mente di un antiquario veneziano, ben presto dimenticai quello sgraziato oggetto sopra un comodino ottomano del XVII secolo in ebano e madreperla.

Fu a primavera dell'anno successivo che avvenne qualcosa che mi incuriosì.
Si era aperta la stagione turistica e spesso nel mio negozio piovevano stranieri più interessati a guardare che a comprare. Li seguivo con lo sguardo inquieto, timoroso che, ad un mia distrazione, facessero danni o portassero via qualche piccola cosa... Eppure fu solo nel momento che mi interpellò che mi accorsi della presenza dell'uomo.
"Quanto costa?"  Teneva in mano il biscotto di panpepato.
"Non ho ancora fatto la stima" Confessai leggermente a disagio (non mi piace esser colto impreparato).
I suoi occhi felini mi comunicarono che aveva capito il vantaggio, "Non può valer molto" mi disse. Aveva un accento straniero, ma non riuscivo ad identificarne la provenienza.
Sono un mercante e mi piace discutere di prezzi. Mi feci fare un'offerta, tanto per fare, perché sapevo che non avrei venduto il pezzo senza averlo ben studiato. La cifra che mi offrì era bassa, ma non quanto mi sarei aspettato. Quando rifiutai l'uomo rincarò e rincarò fino a quando non gli sfilai di mano la statuetta e la riposi in un cassetto.
"Non posso vendergliela" Posi fine alla questione.
Era chiaramente furioso, quando gli chiesi perché ci tenesse tanto (confesso che se mi avesse raccontato una storia strappalacrime, forse mi sarei commosso), se ne andò borbottando in una lingua che non conoscevo.
Due sere più tardi la guardia giurata che sorvegliava la nostra strada, sventò una rapina proprio nel mio negozio, non avevano preso niente, avevano solo forzato il cassetto dove avevo chiuso l'ometto di panpepato.
Oramai era chiaro che per l'uomo, l'insulsa statuina aveva notevole valore. Cercai tra i miei libri una risposta, ma era evidente che stavo andando nella direzione sbagliata, mi muovevo a tentoni, cosa avrei dovuto cercare? Mi venne da pensare che all'interno vi fosse nascosto chissà quale rarità, ma ai raggi x (chi può dire di non aver mai visto un film di James Bond?), rivelò contenere una struttura più consistente, probabilmente legno, comunque niente che facesse pensare a qualcosa di prezioso.
Ormai si avvicinava Pasqua, così chiesi  a mia madre di sostituirmi in negozio e decisi di andare ad incontrare il mio corrispondente di Istanbul e far chiarezza.
Murat possiede un negozio di antichità nel cuore più antico del Grand Bazar di Istanbul, mi passa soltanto le cose che non gli interessano, come i tappeti, oppure quelle che per lui sono di difficile smercio.
"Oh, i tappeti..." fece con la sua aria furba.
 "Ti sono piaciuti, Giorgio, amico mio?"
 "Come no, " risposi nello stesso tono, "È la sorpresa che mi ha imbarazzato."
 Murat aveva cambiato espressione.
 "Di quale sorpresa parli?" Il suo stupore mi parve genuino e fu quasi un'ispirazione il non continuare sulla stessa strada.
 "Quel tappeto, quell'U?ak dell'ottocento, è davvero troppo rovinato, non è cosi che avevo immaginato la partita, il restauro mi è costato una fortuna, ma dove diavolo eri andato a pescarli?".
 Murat sorrise, di quel sorriso calmo e inquisitore che si trova solo sul volto dei venditori più saggi, al Grand Bazar.
 "Ah, amico mio, ma è stato un vero affare! Stavano ammucchiati nello scantinato di una casupola di Balata, qualcuno aveva un preso un po' di muffa, qualcuno era un po' rovinato, ma che prezzo, fratello mio, che guadagno, eh?"
 Pareva quasi impossibile che quella vecchia volpe del mio corrispondente avesse potuto mandarmi per sbaglio qualcosa di prezioso e come, quell'omuncolo, poteva aver valore? Che Murat avesse dei commerci segreti, droga? Cercai di avere l'indirizzo preciso, adducendo la scusa che volevo vedere se nella zona c'era ancora qualcosa che potesse interessarmi. Gli occhi di Murat si fecero affilati come le lame di Damasco che vendeva nel suo negozio.
 "Ah, ragazzo, se ci fosse stato qualcos'altro io l'avrei certamente trovato."
L'indirizzo mi fu dato a fatica, tanto da farmi temere che non fosse giusto.
 
Percorrevamo piano le vie strette di Balata, Raffi ed io, lui era ormai diventato molto vecchio e molto grasso. Solo i suoi occhi erano rimasti quelli di quando veniva a trovare il nonno a Venezia. "Occhi da fotografo" diceva la mamma, prendendo in cucina quel prosecco di Conegliano che tanto piaceva ai due amici. Raffi, l'amico armeno del nonno, aveva fatto il fotoreporter tutta la vita. Conosceva Istanbul, i suoi lati oscuri e remoti, meglio di chiunque altro. Ero stato felice quando, sentita la storia, si era offerto di venire con me.
Girammo in lungo e in largo quel quartiere dalle belle case d'architettura greca e ottomana, semidiroccate per l'incuria degli uomini e per l'asprezza del tempo che gli era scorso addosso, affiancate dalle palazzette abusive malamente costruite.
Arrivammo, dopo tanto penare, all'indirizzo che Murat mi aveva dato. Bussammo alla porta della costruzione greca ('armena' mi aveva corretto Raffi, seccato). Nessuno rispose ma la casa pareva ancora abitata e per questo ci disponemmo ad aspettare, seduti in un caffè poco più avanti, di fronte a quel che restava di una sinagoga chiusa da chissà quanto tempo.
"Qualche anno fa ho fatto un servizio su Balata" aveva detto Raffi. "Per lungo tempo era stato il quartiere preferito dagli ebrei..."
"Un ghetto?" chiesi, distratto dal via vai di povera gente che quasi sempre accompagna i quartieri storici di Istanbul.
"No, qui a Istanbul non c'è mai stato un vero e proprio ghetto, l'impero ottomano era molto tollerante con le altre culture, la vera distinzione era tra chi aveva  potere e chi no. Non ci crederai, ma durante l'impero ottomano, una delle etnie più povere e discriminate era proprio quella dei turchi. La maggior parte degli ebrei era arrivata ad Istanbul nel XV secolo... Cacciati dalla Spagna, erano stati accolti dal sultano Bayazid II e si erano sistemati vicino al palazzo di Topkap?.... poi, dopo un grande incendio verso la fine del diciassettesimo secolo, molti di quelli che erano al servizio del Divano, si insediarono in questa zona. Ma vivevano anche in vari posti sulle rive del Bosforo: Scutari, Küzgüncük, Ortaköy. Fino agli anni quaranta le minoranze hanno vissuto abbastanza bene a Istanbul..."
"Poi?.."
"Dopo è un'altra storia, negli anni quaranta, fu messa una tassa che andava a colpire le minoranze e molte famiglie furono quasi rovinate, poi la dittatura, poi..."
"Perché sei rimasto, Raffi?"
"Giorgio, perché? Perché sono di Istanbul, sono nato qui, come i miei genitori e chissà quante altre generazioni. Dove volevi che andassi? Nell'Armenia sovietica? Ovunque vada, passati i confini di Istanbul, io sono straniero..."
Sorrise con quella stanchezza che sempre accompagna il sorriso dei vecchi. Capovolse la mia tazza di caffè turco, era un gioco che  faceva fin da quando ero bambino: pretendeva di leggermi il  futuro nel fondo.
"La tua vita sta per cambiare, Giorgio..."
"In meglio o in peggio?" Risi io.
"Questo un fondo di caffè non può saperlo..."

Dopo quel breve soggiorno a Istanbul, sono tornato a Venezia. È ancora presto per dire se la mia vita è davvero cambiata o si tratta di un fumo, l'effetto di un oppio levantino che presto scomparirà.

Rimanemmo, molte ore seduti in quel caffè, prima che qualcuno aprisse la porta della casa;  una donna consumata, piegata sotto uno scialle di lana che le copriva la testa e le spalle.
Le corremmo incontro e Raffi le chiese di quei bei tappeti, se ne avesse avuti altri. La donna rispose di no. Disse che molti anni prima, quando la sinagoga era stata chiusa, suo padre, il guardiano, aveva tolto tutto quello che c'era e li aveva messi nello scantinato. Forse un giorno la sinagoga sarebbe stata riaperta... Ma ormai... suo padre era morto e lei aveva deciso di venderli. Ne aveva forse altri? No? E le chiavi della sinagoga? No, neppure quelle...
Mi sentii desolato alle sue risposte, il biscotto di panpepato, che mi aveva portato fin laggiù, non aveva valore alcuno, era un brutto giocattolo finito per caso nel rotolo dei tappeti. Allora perché lo strano visitatore lo voleva tanto da tentare una rapina?

La risposta arrivò imprevista la mattina successiva.
Era il mio ultimo giorno a Istanbul e facevo colazione nel mio albergo, lo stesso in cui, pare, Agata Christie abbia iniziato a scrivere "Delitto sull'Orient Express".
"Giorgio, posso sedermi vicino a lei?"
L'oliva nera che avevo in bocca per poco non mi strozzò.
Vicino a me era comparso l'uomo dagli occhi felini.
"Che diavolo vuole?"
"La statuetta..."
La statuetta, tutto qui, come fosse la cosa più normale del mondo. Lo studiai un secondo, non pareva minaccioso o ostile.
"Come ha fatto a trovarmi?"
"Crede nelle congiunzioni astrali, Giorgio?"
Mi stava prendendo in giro? Lo fissai negli occhi. Sorrise.
"L'ho fatta seguire." Disse, infine, quasi rassegnato
"Perché?"
"Perché la statuetta non deve finire in mani sbagliate."
"Perché mai è così prezioso, quello sgorbio?" chiesi a voce tanto alta che tutto il Pera Palas Hotel si voltò a guardarmi.
"Andiamo nella sua camera, Giorgio, è una lunga storia che interessa noi soli."
Non so come, ma davvero lo portai in camera mia. Solo ora penso che avrebbe potuto uccidermi o malmenarmi.
 
"Il mio nome è Rabbi Itzak bar Yohai, vengo da Gerusalemme, ma i miei avi discendono da quei sefarditi che si insediarono a Istanbul nel 1492  dopo la cacciata dalla Spagna. Noi sefarditi di Spagna siamo stati per tradizione, grandi studiosi di Cabala..."
"Cabala? Ma via..."
La sua espressione si fece grave e definitiva.
"Non si permetta più di interrompermi. Ascolti fino alla fine, poi trarrà le sue conclusioni. Dunque... Prima che la sinagoga che ha visto ieri fosse chiusa, vi viveva un rabbino iniziato ai segreti di tutte le cabale, ma che, come molti di noi aveva particolarmente progredito in quella orale: la cabala che si occupa di alchimia. Ora, il rabbi di questa sinagoga, conosceva il segreto per instillare la vita nella materia immota. Si era creato -in maniera piuttosto primitiva- devo dire,  un golem, un servitore occulto. Quello che lei chiama 'il biscotto di panpepato' è solo materia; pure si potrebbe risvegliare leggendo la formula incisa nella sua struttura interna. Formula lungamente ricercata da chiunque si occupi di alchimia "
"Perchè non gliel'ha messa in bocca, la formula, come rabbi Löw?"
La mia voce era tagliente. Non sapevo se provare tenerezza o fastidio per quel visionario di cui, però, subivo il fascino. Con una breve occhiata mi ricordò il mio posto.
"Il vecchio rabbi morì prima di aver distrutto il golem. Quando venni a sapere del pericolo che correvamo, che il golem si trovava nel suo negozio di Venezia, cercai di riaverlo, ma i tempi non erano maturi..."
"Come seppe che era capitato in mano mia?"
"Non ritengo sia di nessuna utilità che lei lo sappia. Comunque adesso lei sa che cos'è..." Disse indicando la statuina appoggiata sul comodino accanto al letto.
"Oh, certo, adesso ho un golem anch'io..." dissi, ironico.
Fece finta di non avermi sentito e continuò.
"Non ha che due scelte: trovarsi un buon acquirente, i rosacrociani glielo pagherebbero bene, sa? O restituirlo a me che lo distruggerò subito, qui, davanti ai suoi occhi, senza prometterle altro compenso che la riconoscenza mia e di tutti gli altri iniziati."
"Un mercante saggio, tra soldi e riconoscenza, sceglie i soldi, rabbi..." dissi sorridendo, pensando a me stesso intento a cercare rosacrociani (su internet?) cui piazzare il pezzo.
"I rosacrociani e gli altri massoni la troveranno, lei non dovrà che fissare il prezzo." Sorrideva anche lui, come se avesse capito le mie intenzioni.
"Spero che la sua gratitudine mi valga almeno un caffè" dissi allungandogli l'omino di panpepato.
"Non ho mai dubitato della sua saggezza, Giorgio" Disse sfarinando la povera statuetta sotto il tacco delle sua scarpa nera.
Avevo divagato lo sguardo  per un attimo, un attimo solo e Rabbi Itzak bar Yohai se ne era già sparito.
"Ecco la tua gratitudine, vecchia canaglia..." Mormorai sorridendo.

Dopo quel breve soggiorno a Istanbul, sono tornato a Venezia. È ancora presto per dire se la mia vita è davvero cambiata o si tratta di un fumo, l'effetto di un oppio levantino che presto scomparirà.
Eppure... da Istanbul, Damasco, Gerusalemme, talvolta perfino da Samarcanda e ancora più lontanto, mi giungono quasi quotidianamente rarissime preziosità a cui devo solo dare un  prezzo e sono già vendute.