Luglio-Agosto  2001
 
ROSETTA LOY:
Presentazione de “La porta dell’acqua” alla Biblioteca di Sant’Egidio, Firenze

di Gabriella Nocentini


Rosetta Loy ha pubblicato nel 1974 “La porta dell’acqua” per la casa editrice Einaudi; mi pare che sulla copertina fosse riportata l’immagine di una bambola, o di una bambina, un’immagine un po’ ambigua, ma non inquietante. Nel febbraio 2000 è uscito alla Rizzoli il romanzo riscritto, che mantiene lo stesso titolo. Ora sì che la copertina è davvero inquietante: si tratta di un particolare di una pala rinascimentale: un paio di forbici aperte, vicino ad una macchia rossa, forse stoffa, e che invece l’autrice spiega  essere un cuore.
E allora ecco subito la prima domanda: perché Rosetta Loy ha sentito il bisogno di ritornare sopra questo suo romanzo, apparso dopo quello dell’esordio, “La bicicletta”.. Su la Repubblica, Cesare Garboli parlando si Giorgio Bassani, commentava il grande bisogno di riscrivere dello scrittore ferrarese, come ricerca di ‘fuga della prospettiva’, proprio come nella pittura.
Ne “La porta dell’acqua” la Loy sembra servirsi della riscrittura per ‘mettere a fuoco’, per centrare meglio la poetica. L’esigenza è nata dopo aver scritto “La parola ebreo”; dopo quell’esperienza, che la portata a rivivere biograficamente la propria infanzia nella casa romana , con i vicini ebrei, essa è tornata alla bambina protagonista de “La porta dell’acqua”, con una chiarezza che appunto prima non aveva acquisito, e che ora quindi la costringe a fare nuove dolorose riflessioni, affinchè non vadano cancellate quelle memorie e che quei tragici giorni senza luce qui invece ‘siano messi a fuoco’.
Il romanzo è la storia di un amore viscerale, avido e totale: quello che la bambina ha per la propria governante tedesca Annemarie, che invece ricambia con indifferenza, innescando in lei i temi della colpa, della punizione fino alla tragedia finale dell’abbandono, quando la tata va via e si intuisce che si sposerà.
Il libro è attraversato di una rivisitazione delle fiabe che Annemarie racconta: crudeli come tutte le fiabe, ma queste hanno in comune sacrifici corporali per colpe proprie od altrui. Naturalmente esse incidono profondamente sulla bambina, rimandando appunto a quell’immagine delle forbici della copertina del libro: tutto qui sembra essere illuminato dalla luce di bagliori di oggetti appuntiti; a dispetto del titolo, il testo sembra non immergersi nell’acqua, ma nel sangue. Una delle scene fondamentali del libro ci è parsa quella in cui la fraulein mangia del fegato crudo; la bambina va a ripescarne un pezzo tra i rifiuti e lo addenta, legandosi così, attraverso la trasgressione fatta, all’amore incontenibile per la tata. Una trasgressione per amore.
È stato notato come anche in “La bicicletta”, del 1974, ci fosse la presenza di una governante, e come questi due romanzi siano fortemente collegati a “La parola ebreo” e formino una trilogia.
Alla solita oziosa domanda di quanto ci sia di autobiografico in questi tre libri, l’autrice risponde che certo quella bambina è stata lei. Da piccola è stata molto malata, sicuramente deve aver provato inconsce e precoci paure di morte, che sono rintracciabili nelle favole che la terrorizzavano e nelle stesse chiese che lei frequentava, piene di crocifissi e di immagini funebri.
Sempre nel campo delle testimonianze, l’autrice ci racconta delle sue paure, dei suoi terrori: come quello di non essere la vera figlia dei propri genitori. Siccome le si faceva credere che i bambini nascono lasciati in una cesta davanti alla porta di casa, lei aveva tanta paura di essere la figlia della famiglia ebrea dello stesso pianerottolo. E i bambini ebrei, come è scritto ne “La porta dell’acqua”, non sono battezzati; ma viene loro tagliato un pezzettino di carne.
La sofferenza di scrivere le cose dolorose dell’infanzia è certo stata assai liberatoria; ma bisogna essere molto sinceri e nello stesso tempo tener conto di chi legge, quindi ci deve essere una “ricerca della mente”. Sennò il libro diventerebbe tout-court il divano della psicanalista.
Infatti l’autrice confida, per esempio, che nello scrivere il libro “La porta dell’acqua” ha censurato la storia della sua balia di latte, perché così terribile da rischiare di divenire incredibile. La povera donna aveva lasciato al paese un bambino, per venire ad allattare lei. Il bambino muore ma il marito non vuole avvisarla per farla tornare , perché avrebbe perso il baliatico. Ma lei, per quei sincronismi solo apparentemente misteriosi, perse il latte; tornata al paese muore durante il secondo parto, e anche il bambino viene lasciato morire di fame, perché nessuno poteva allattarlo. Storie terribili, come dice Rosetta Loy, storie come tante, storie qualsiasi destinate a non fare storia ad essere dimenticate e che ci riportano all’enorme miseria in cui vivevano tante persone solamente sessanta, settanta anni fa.