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ROSETTA LOY:
Presentazione de “La porta dell’acqua” alla Biblioteca di Sant’Egidio, Firenze
di Gabriella Nocentini
Rosetta Loy ha pubblicato nel 1974 “La porta dell’acqua” per la casa
editrice Einaudi; mi pare che sulla copertina fosse riportata l’immagine
di una bambola, o di una bambina, un’immagine un po’ ambigua, ma non inquietante.
Nel febbraio 2000 è uscito alla Rizzoli il romanzo riscritto, che
mantiene lo stesso titolo. Ora sì che la copertina è davvero
inquietante: si tratta di un particolare di una pala rinascimentale: un
paio di forbici aperte, vicino ad una macchia rossa, forse stoffa, e che
invece l’autrice spiega essere un cuore.
E allora ecco subito la prima domanda: perché Rosetta Loy ha
sentito il bisogno di ritornare sopra questo suo romanzo, apparso dopo
quello dell’esordio, “La bicicletta”.. Su la Repubblica, Cesare Garboli
parlando si Giorgio Bassani, commentava il grande bisogno di riscrivere
dello scrittore ferrarese, come ricerca di ‘fuga della prospettiva’, proprio
come nella pittura.
Ne “La porta dell’acqua” la Loy sembra servirsi della riscrittura per
‘mettere a fuoco’, per centrare meglio la poetica. L’esigenza è
nata dopo aver scritto “La parola ebreo”; dopo quell’esperienza, che la
portata a rivivere biograficamente la propria infanzia nella casa romana
, con i vicini ebrei, essa è tornata alla bambina protagonista de
“La porta dell’acqua”, con una chiarezza che appunto prima non aveva acquisito,
e che ora quindi la costringe a fare nuove dolorose riflessioni, affinchè
non vadano cancellate quelle memorie e che quei tragici giorni senza luce
qui invece ‘siano messi a fuoco’.
Il romanzo è la storia di un amore viscerale, avido e totale:
quello che la bambina ha per la propria governante tedesca Annemarie, che
invece ricambia con indifferenza, innescando in lei i temi della colpa,
della punizione fino alla tragedia finale dell’abbandono, quando la tata
va via e si intuisce che si sposerà.
Il libro è attraversato di una rivisitazione delle fiabe che
Annemarie racconta: crudeli come tutte le fiabe, ma queste hanno in comune
sacrifici corporali per colpe proprie od altrui. Naturalmente esse incidono
profondamente sulla bambina, rimandando appunto a quell’immagine delle
forbici della copertina del libro: tutto qui sembra essere illuminato dalla
luce di bagliori di oggetti appuntiti; a dispetto del titolo, il testo
sembra non immergersi nell’acqua, ma nel sangue. Una delle scene fondamentali
del libro ci è parsa quella in cui la fraulein mangia del fegato
crudo; la bambina va a ripescarne un pezzo tra i rifiuti e lo addenta,
legandosi così, attraverso la trasgressione fatta, all’amore incontenibile
per la tata. Una trasgressione per amore.
È stato notato come anche in “La bicicletta”, del 1974, ci fosse
la presenza di una governante, e come questi due romanzi siano fortemente
collegati a “La parola ebreo” e formino una trilogia.
Alla solita oziosa domanda di quanto ci sia di autobiografico in questi
tre libri, l’autrice risponde che certo quella bambina è stata lei.
Da piccola è stata molto malata, sicuramente deve aver provato inconsce
e precoci paure di morte, che sono rintracciabili nelle favole che la terrorizzavano
e nelle stesse chiese che lei frequentava, piene di crocifissi e di immagini
funebri.
Sempre nel campo delle testimonianze, l’autrice ci racconta delle sue
paure, dei suoi terrori: come quello di non essere la vera figlia dei propri
genitori. Siccome le si faceva credere che i bambini nascono lasciati in
una cesta davanti alla porta di casa, lei aveva tanta paura di essere la
figlia della famiglia ebrea dello stesso pianerottolo. E i bambini ebrei,
come è scritto ne “La porta dell’acqua”, non sono battezzati; ma
viene loro tagliato un pezzettino di carne.
La sofferenza di scrivere le cose dolorose dell’infanzia è certo
stata assai liberatoria; ma bisogna essere molto sinceri e nello stesso
tempo tener conto di chi legge, quindi ci deve essere una “ricerca della
mente”. Sennò il libro diventerebbe tout-court il divano della psicanalista.
Infatti l’autrice confida, per esempio, che nello scrivere il libro
“La porta dell’acqua” ha censurato la storia della sua balia di latte,
perché così terribile da rischiare di divenire incredibile.
La povera donna aveva lasciato al paese un bambino, per venire ad allattare
lei. Il bambino muore ma il marito non vuole avvisarla per farla tornare
, perché avrebbe perso il baliatico. Ma lei, per quei sincronismi
solo apparentemente misteriosi, perse il latte; tornata al paese muore
durante il secondo parto, e anche il bambino viene lasciato morire di fame,
perché nessuno poteva allattarlo. Storie terribili, come dice Rosetta
Loy, storie come tante, storie qualsiasi destinate a non fare storia ad
essere dimenticate e che ci riportano all’enorme miseria in cui vivevano
tante persone solamente sessanta, settanta anni fa.
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