Novembre 2000
  Il Racconto
di Sergio Bolgeri

All’alba mi ha svegliato un inaspettato gocciolio di pioggia; ieri c’era il sole, ma nella notte libeccio deve aver spinto il suo pesante esercito di nubi alla conquista del cielo ed ora, quietamente piove sul deserto del vicolo. Le gocce battono sui ciottoli e sulle foglie del grande fico che occupa un intero angolo della piccola piazza e che, fino ad ora, è scampato alla mano armata dell’uomo. La luce è scarsa e fatica a penetrare dalle imposte chiuse, la stanza è avvolta da quella diffusa penombra dove le cose assumono l’aspetto di altre cose. Su tutto frange il brusio della pioggia rotto soltanto dal rumoroso tubare di un colombo che, ebbro d’amore, non si accorge di essere bagnato.

Ho desiderio di pigrizia, di letto, di ascoltare il silenzio, di compagnie inesistenti, di domande oziose, di chiedermi dove si cela il buio quando la luce avanza e dove va la luce quando è invece il buio ad avanzare. Potrei, volendo, scrivere qualcosa perché, sia la pittura che la scrittura, sono occupazioni riservate che, al contrario della musica, non violentano il silenzio, ma dovrei alzarmi, prendere carta e penna; cosa che non farò perché sono troppo pigro stamattina. Lo farò domani, se ancora ne avrò voglia. Però anche se il corpo è inerte, la mente non riposa e immagini su immagini si srotolano dal film della memoria per scomparire rapide, come polvere che fugge avanti al vento; si arresteranno soltanto contro i luminosi argini del giorno. Il mondo evanescente e silenzioso che occupa lo spazio esiguo della memoria, si dilata, si agita, riprende la sua forma; tornano i volti noti confusi con una moltitudine di altri assolutamente ignoti, dimenticati come gli attimi trascorsi senza storia che si sono saldati all’esistenza. Si scompongono e ricompongono a brandelli perché ogni uomo ha, alle sue spalle, il buio del passato, ma quei frammenti di storie sono trascorsi, per casuali giochi del destino, insieme alla mia storia. Fatti lontani ritornano vicini, e questo mi sconvolge perché tutto si presenta opaco, lacunoso, e forse, un po’ inventato dalla mia mente incerta, e  si rafforza il dubbio che già, in altri tempi, ciò possa essere accaduto e la verità si sia distorta passando e ripassando per le memorie altrui. Alcune storie hanno sembianze note, altre restano suoni. Abbandonate nel muto frastuono della tanca, voci di ignoti narratori vivono silenziose aggrappate a vecchie mura di case diroccate o chiuse nel profondo di lecci secolari attendendo che qualcosa accada a ridonarle il suono. Ma, pure se a volte immaginarie, esse non sono fiabe. Ritornano al presente con la dignità di una fatica fiera che, consumando i corpi nulla di grande può aver lasciato perché nulla di grande mai aveva preso. Storie esaurite con la vita, simili ad una candela che, accesa in pieno giorno, pur senza far luce, adagio si consuma; così era sfuggita l’esistenza.

Distinguo nella ressa Ziu Nicola Tolu il calzolaio che si affanna intorno al piccolo deschetto insieme a Nonno Giuseppe e a due dei suoi otto figli, tutti impegnati in un lavoro saltuario e scarso che dovrebbe unire il pranzo con la cena. Ziu Nicola è acceso comunista: - Tu non sai –mi dice- quanto sia lunga e dura l’attesa di una giornata di lavoro -. Ha la certezza che il partito, non appena salirà al potere, toglierà ai ricchi e spartirà con la povera gente come lui. Ciò gli allontana molte simpatie ed il lavoro va per altre strade. Nonno Giuseppe invece mi racconta: - Sono stato a Panama a scavare nel canale?…la gioventù è di gloria…- spesso ripete con rimpianto.

Ma già ho perduto il filo… ora è Peppino Soro che viaggia nella mente spingendo la sua pesante carriola di arrotino e odo la sua voce roca da incallito bevitore: - Sono stato guardia di finanza – narra- ma non mi andava proprio di ubbidire, ho fatto il falegname, il barbiere, il fabbro ed il pastore, ma ho finito col fare l’arrotino – Spinge la sua curiosa macchina di legno da un paese all’altro, d’inverno nelle giornate di sole , durante la notte nell’estate…Non c’è più seguito…l’immagine scompare. Pedru Martinez si sovrappone ad altre nel suo scuro abito di orbace che reca i segni visibili del tempo, così come il suo viso solcato dalle profonde rughe come lo è la tanca dai canali…È taciturno e odora di terra e di fatica… Si dilegua anch’esso. Luiseddu ancora mi racconta la vecchia storia di Moriscu, il carbonaio, “emine invidiosu e malu” che ha lasciato il suo nome legato a quella terra dove, si dice, abbia ucciso in un agguato notturno per cause di interesse, “sa sola persona chi tenia amiga”. La mia memoria è breve, non ricordo altro di una storia che mi era apparsa interminabile, ma forse era stata la magia del luogo dove essa si era svolta con lo scenario ondulato della valle, o la grotta in cui ci eravamo riparati, o Luiseddu che, come un attore consumato, sapeva controllare il timbro della voce e i tempi del racconto filtrandoli fra un sorso di vino e una fumata.

La pioggia nel vicolo si fa più fitta adesso, il vento la incalza e lei cerca riparo nei tombini… Riprende il filo di Ziu Pedru che ha due sorelle, una si è fatta suora, e quella la ravviso ma l’altra mi è del tutto sconosciuta…(anche una figlia di Nicola Tolu si è fatta suora e si dispera e prega perché il padre abbandoni la fede comunista e torni buon cristiano) mentre ricordo il fratello Gavino, morto ragazzo cadendo da un cavallo imbizzarrito, e anche Stefano ricordo, che si è fatto prete. Pedru è rimasto solo nella tanca insieme al vecchio padre. La madre, ammalata di diabete, è accudita da Mariangela Meloni che è poco più di una bambina, ma lui, ora che il proprio tempo a sua insaputa è già quasi trascorso, la sposa. Non è amore, dice la gente, ma Pedru non ascolta. Da quel giorno però non indossa più il consunto abito di orbace, né più profuma di terra e di fatica. Veste di morbido velluto e sul suo volto maschio le rughe appaiono più lievi addolcite da un accenno di sorriso…Peppino Soro è ritornato seguito come un’ombra dal suo cane che, grasso e pigro, approfitta di ogni pausa per dormire. – Come si chiama il cane? – Lui sorride: - Leo – dice se a chiederlo è una donna, - Me ne fotto – risponde se lo ha chiesto un uomo. Nel suo vagabondare Peppino compone anche dei versi come fanno i poeti estemporanei che poi declamano dai palchi delle feste, ma di suoi, per quanto mi sforzi la memoria, non ricordo di averne mai udito se non quelli che spesso ripeteva su se stesso: - Io sono Peppino Soro, anarchico, conoscitore di plurimestieri e vate per aggiunta… Scompare ma nella mia mente resta il ricordo della sua curiosa macchina di legno abbandonata a marcire in un campo di rifiuti e si rinnova in me il rimorso di averla lasciata morir da sola… Pedru è sul terrazzo, posso vederlo dalla mia finestra, Mariangela stende le lenzuola, bianche come le nuvole del cielo, gli si accosta e rapida lo bacia. Lui si guarda intorno, timidamente sorride e, come un fanciullo si ritrae… Anche Baingio Mele, sia pure per una attimo, è in sella alla sua vecchia bicicletta; dal manubrio arrugginito ancora oscillano sbattendo fra di loro, i consunti barattoli di latta pieni di cibo per il cane. A 82 anni ogni giorno percorre i nove Km. Che lo separano dal suo piccolo podere. La vigna di Baingio è un avamposto coltivato nel centro della tanca al piè del monte, là dove la terra si riposa in un esiguo spazio pianeggiante prima di inerpicarsi ancora per la china opposta.

Da un lato confina su un ruscello irto di canne che, durante l’estate si prosciuga. L’altra parte è invece assediata dalle selvagge macchie della tanca che vogliono riprendersi lo spazio di cui sono state derubate. Baingio e il muro a secco si oppongono a stento a quell’assalto mentre a moro, cane robusto e coraggioso, spetta invece di tenere lontane le volpi ed i cinghiali. Ha il corpo coperto da vecchie cicatrici more, segni di lontane lotte, ma ora, gli animali selvatici hanno capito che lui sa farsi rispettare… Baingio mi sorride con la sua bocca antica dove i due soli denti, gialli di fumo, si ridono del tempo…
Il brusio di poggia ora è cessato, la luce, che prima non riusciva a penetrare, ha trovato la via e la stanza si rischiara. Il silenzio del vicolo è interrotto: Una voce chiama.