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Il Racconto
di Sergio Bolgeri
All’alba mi ha svegliato
un inaspettato gocciolio di pioggia; ieri c’era il sole, ma nella notte
libeccio deve aver spinto il suo pesante esercito di nubi alla conquista
del cielo ed ora, quietamente piove sul deserto del vicolo. Le gocce battono
sui ciottoli e sulle foglie del grande fico che occupa un intero angolo
della piccola piazza e che, fino ad ora, è scampato alla mano armata
dell’uomo. La luce è scarsa e fatica a penetrare dalle imposte chiuse,
la stanza è avvolta da quella diffusa penombra dove le cose assumono
l’aspetto di altre cose. Su tutto frange il brusio della pioggia rotto
soltanto dal rumoroso tubare di un colombo che, ebbro d’amore, non si accorge
di essere bagnato.
Ho desiderio di pigrizia,
di letto, di ascoltare il silenzio, di compagnie inesistenti, di domande
oziose, di chiedermi dove si cela il buio quando la luce avanza e dove
va la luce quando è invece il buio ad avanzare. Potrei, volendo,
scrivere qualcosa perché, sia la pittura che la scrittura, sono
occupazioni riservate che, al contrario della musica, non violentano il
silenzio, ma dovrei alzarmi, prendere carta e penna; cosa che non farò
perché sono troppo pigro stamattina. Lo farò domani, se ancora
ne avrò voglia. Però anche se il corpo è inerte, la
mente non riposa e immagini su immagini si srotolano dal film della memoria
per scomparire rapide, come polvere che fugge avanti al vento; si arresteranno
soltanto contro i luminosi argini del giorno. Il mondo evanescente e silenzioso
che occupa lo spazio esiguo della memoria, si dilata, si agita, riprende
la sua forma; tornano i volti noti confusi con una moltitudine di altri
assolutamente ignoti, dimenticati come gli attimi trascorsi senza storia
che si sono saldati all’esistenza. Si scompongono e ricompongono a brandelli
perché ogni uomo ha, alle sue spalle, il buio del passato, ma quei
frammenti di storie sono trascorsi, per casuali giochi del destino, insieme
alla mia storia. Fatti lontani ritornano vicini, e questo mi sconvolge
perché tutto si presenta opaco, lacunoso, e forse, un po’ inventato
dalla mia mente incerta, e si rafforza il dubbio che già,
in altri tempi, ciò possa essere accaduto e la verità si
sia distorta passando e ripassando per le memorie altrui. Alcune storie
hanno sembianze note, altre restano suoni. Abbandonate nel muto frastuono
della tanca, voci di ignoti narratori vivono silenziose aggrappate a vecchie
mura di case diroccate o chiuse nel profondo di lecci secolari attendendo
che qualcosa accada a ridonarle il suono. Ma, pure se a volte immaginarie,
esse non sono fiabe. Ritornano al presente con la dignità di una
fatica fiera che, consumando i corpi nulla di grande può aver lasciato
perché nulla di grande mai aveva preso. Storie esaurite con la vita,
simili ad una candela che, accesa in pieno giorno, pur senza far luce,
adagio si consuma; così era sfuggita l’esistenza.
Distinguo nella ressa Ziu
Nicola Tolu il calzolaio che si affanna intorno al piccolo deschetto insieme
a Nonno Giuseppe e a due dei suoi otto figli, tutti impegnati in un lavoro
saltuario e scarso che dovrebbe unire il pranzo con la cena. Ziu Nicola
è acceso comunista: - Tu non sai –mi dice- quanto sia lunga e dura
l’attesa di una giornata di lavoro -. Ha la certezza che il partito, non
appena salirà al potere, toglierà ai ricchi e spartirà
con la povera gente come lui. Ciò gli allontana molte simpatie ed
il lavoro va per altre strade. Nonno Giuseppe invece mi racconta: - Sono
stato a Panama a scavare nel canale?…la gioventù è di gloria…-
spesso ripete con rimpianto.
Ma già ho perduto
il filo… ora è Peppino Soro che viaggia nella mente spingendo la
sua pesante carriola di arrotino e odo la sua voce roca da incallito bevitore:
- Sono stato guardia di finanza – narra- ma non mi andava proprio di ubbidire,
ho fatto il falegname, il barbiere, il fabbro ed il pastore, ma ho finito
col fare l’arrotino – Spinge la sua curiosa macchina di legno da un paese
all’altro, d’inverno nelle giornate di sole , durante la notte nell’estate…Non
c’è più seguito…l’immagine scompare. Pedru Martinez si sovrappone
ad altre nel suo scuro abito di orbace che reca i segni visibili del tempo,
così come il suo viso solcato dalle profonde rughe come lo è
la tanca dai canali…È taciturno e odora di terra e di fatica… Si
dilegua anch’esso. Luiseddu ancora mi racconta la vecchia storia di Moriscu,
il carbonaio, “emine invidiosu e malu” che ha lasciato il suo nome legato
a quella terra dove, si dice, abbia ucciso in un agguato notturno per cause
di interesse, “sa sola persona chi tenia amiga”. La mia memoria è
breve, non ricordo altro di una storia che mi era apparsa interminabile,
ma forse era stata la magia del luogo dove essa si era svolta con lo scenario
ondulato della valle, o la grotta in cui ci eravamo riparati, o Luiseddu
che, come un attore consumato, sapeva controllare il timbro della voce
e i tempi del racconto filtrandoli fra un sorso di vino e una fumata.
La pioggia nel vicolo si
fa più fitta adesso, il vento la incalza e lei cerca riparo nei
tombini… Riprende il filo di Ziu Pedru che ha due sorelle, una si è
fatta suora, e quella la ravviso ma l’altra mi è del tutto sconosciuta…(anche
una figlia di Nicola Tolu si è fatta suora e si dispera e prega
perché il padre abbandoni la fede comunista e torni buon cristiano)
mentre ricordo il fratello Gavino, morto ragazzo cadendo da un cavallo
imbizzarrito, e anche Stefano ricordo, che si è fatto prete. Pedru
è rimasto solo nella tanca insieme al vecchio padre. La madre, ammalata
di diabete, è accudita da Mariangela Meloni che è poco più
di una bambina, ma lui, ora che il proprio tempo a sua insaputa è
già quasi trascorso, la sposa. Non è amore, dice la gente,
ma Pedru non ascolta. Da quel giorno però non indossa più
il consunto abito di orbace, né più profuma di terra e di
fatica. Veste di morbido velluto e sul suo volto maschio le rughe appaiono
più lievi addolcite da un accenno di sorriso…Peppino Soro è
ritornato seguito come un’ombra dal suo cane che, grasso e pigro, approfitta
di ogni pausa per dormire. – Come si chiama il cane? – Lui sorride: - Leo
– dice se a chiederlo è una donna, - Me ne fotto – risponde se lo
ha chiesto un uomo. Nel suo vagabondare Peppino compone anche dei versi
come fanno i poeti estemporanei che poi declamano dai palchi delle feste,
ma di suoi, per quanto mi sforzi la memoria, non ricordo di averne mai
udito se non quelli che spesso ripeteva su se stesso: - Io sono Peppino
Soro, anarchico, conoscitore di plurimestieri e vate per aggiunta… Scompare
ma nella mia mente resta il ricordo della sua curiosa macchina di legno
abbandonata a marcire in un campo di rifiuti e si rinnova in me il rimorso
di averla lasciata morir da sola… Pedru è sul terrazzo, posso vederlo
dalla mia finestra, Mariangela stende le lenzuola, bianche come le nuvole
del cielo, gli si accosta e rapida lo bacia. Lui si guarda intorno, timidamente
sorride e, come un fanciullo si ritrae… Anche Baingio Mele, sia pure per
una attimo, è in sella alla sua vecchia bicicletta; dal manubrio
arrugginito ancora oscillano sbattendo fra di loro, i consunti barattoli
di latta pieni di cibo per il cane. A 82 anni ogni giorno percorre i nove
Km. Che lo separano dal suo piccolo podere. La vigna di Baingio è
un avamposto coltivato nel centro della tanca al piè del monte,
là dove la terra si riposa in un esiguo spazio pianeggiante prima
di inerpicarsi ancora per la china opposta.
Da un lato confina su un
ruscello irto di canne che, durante l’estate si prosciuga. L’altra parte
è invece assediata dalle selvagge macchie della tanca che vogliono
riprendersi lo spazio di cui sono state derubate. Baingio e il muro a secco
si oppongono a stento a quell’assalto mentre a moro, cane robusto e coraggioso,
spetta invece di tenere lontane le volpi ed i cinghiali. Ha il corpo coperto
da vecchie cicatrici more, segni di lontane lotte, ma ora, gli animali
selvatici hanno capito che lui sa farsi rispettare… Baingio mi sorride
con la sua bocca antica dove i due soli denti, gialli di fumo, si ridono
del tempo…
Il brusio di poggia ora
è cessato, la luce, che prima non riusciva a penetrare, ha trovato
la via e la stanza si rischiara. Il silenzio del vicolo è interrotto:
Una voce chiama.
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